Trattori

PERCHÉ INTORNO AD UN TRATTORE A TESTA CALDA C’E ARIA DI FESTA

Capita spesso, oggi, specialmente nel mese di luglio di vedere qua e là locandine che indicano la festa della trebbiatura. Viene da domandarsi «ma perché è festa», considerata la gran fatica che provavano gli uomini dei campi. Cominciamo col dire che la trebbiatura è una storia mista a leggenda veramente antica che va oltre la fine del secolo scorso con l’avvento delle prime macchine a vapore. Quando le macchine non c’erano e tutto veniva eseguito a mano, anche la separazione dei chicchi di grano veniva eseguita, coralmente, da tutta la collettività, con scambio di mano d’opera, con il «correggiato»; e cosi fin dai primordi dell’ insediamento della comunità agricola, per secoli, tanto tempo fa da confondere storia e leggenda, nei racconti tramandati dalla gente. Ed era festa. Con la «battitura del grano», per i lavoratori dei campi era giocoforza nascesse «la festa della trebbiatura», perché festa era veramente, dal momento che, dopo un anno di ansie, si poteva disporre del tanto atteso raccolto con grande risparmio di tempo e di fatiche, proprio grazie al trattore, per antonomasia, il testa calda. A noi che l’abbiamo vissuta in prima persona, lasciatecela raccontare con voce amica questa festa, affinché non ne vada perduto il sapore e il significato. Era festa vera, reale, perché nel giorno fatidico della trebbiatura, si riempiva il granaio e si poteva comprare un pò di lesso dal macellaio, i concimi al Consorzio, riparare l’aratro alla bottega del fabbro ferraio, comprare i ferri per i bovi dal manescalco.
Era festa per le massaie che andavano il più presto possibile al mercato del paese più vicino per acquistare le scarpe per i ragazzi e il grembiule per «le spose più giovani». Era festa per i «capoccia» che tramutavano la «coppa» di grano richiesta e mai negata dal Fattore nel pranzo del Santo Patrono. Era festa per il «frate da cerca» che riceveva il suo «staio» di grano insieme ad un bicchiere di vino, e a sera ritornava tutto lustro in convento dove i benefattori potevano gustare in ricambio un buon piatto di minestra calda durante la «Festa del Perdono». Era festa per il povero mendicante che riceveva, magari con qualche mugugno, il suo rituale obolo. Era festa generale, completa. E tutti, terminati i lavori, sentivano la necessità di raccontarsi i vecchi proverbi o gli ultimi avvenimenti: sempre le solite cose, a volte con monotonia. Era la festa dei giovani, nascevano gli amori e le ragazze più belle dell’ aia scappavano felici pizzicate ed abbracciate quando portavano da bere. E a sera, in onore di questa festa, si cantavano gli stornelli, quegli stornelli che «non erano fiori di zucca, ma naturali e spontanei…» come diceva il Giusti. C’è poi la musicalità della festa sull’aia; si certo, l’immancabile fisarmonica, i versi in dialetto verace, le canzoni antiche ma soprattutto, in tempi più recenti il «testa calda».
È lui che ha ritmato le faccende dei campi ed immancabilmente le battiture. Con il suo ritmo costante ed imperioso ha scandito il lavoro, lo sbocciare degli amori, la soddisfazione di tutti gli uomini e donne dei campi che vedevano il lui la macchina magica che sollevava tutti dalla bestialità della fatica. Lui l’infaticabile: il protagonista, nella storia della Valdichiana, delle prime arature profonde, delle grandi dissodazioni e delle battiture; gli anziani trattoristi raccontano che in molti casi veniva messo in moto subito dopo l’inizio della primavera per arrivare, quasi a moto continuo, fino all’ inizio dell’ inverno, alle semine. D’estate, poi, dopo la giornata della trebbiatura, mentre iniziava sull’ aia la festa conviviale e ricreativa, lui, il testa calda, si avviava ad arare, per tutta la notte, proiettando nelle finestre aperte dei casolari! i suoi fiochi e rossastri fasci di luce, creativi per noi, allora bambini, di ombre e fantasmi, per ripresentarsi, al mattino successivo, nell’ aia, pronto ad azionare la trebbia per una nuova giornata. Ed anche il testa calda ha creato mito, storia, leggenda, magia, festa. Ecco perché la battitura del grano non va disgiunta dal concetto di festa: e anche questa è storia.

Dr. Mino FARALLI appassionato di ricerca storica e collezionista.